lunedì 9 novembre 2020

Rod Serling e la Twilight Zone

Ha un aspetto distinto, l’atteggiamento rilassato, un sorriso cordiale e divertito, ma pare che non sappia tenere ferme le mani e deve appoggiarsi di continuo a qualcosa. È un perfetto padrone di casa che sta accogliendo i suoi ospiti: non può farsi vedere a disagio, ma si intuisce che non è abituato a stare davanti alla macchina da presa.

There is a fifth dimension beyond that which is known to man. It is a dimension as vast as space and as timeless as infinity. It is the middle ground between light and shadow, between science and superstition, and it lies between the pit of man’s fears, and the summit of his knowledge. This is the dimension of imagination. It is an area which we call the Twilight Zone!

Ai confini della realtà ha fatto parte della mia infanzia. Il film del 1983 e la serie del 1985-1989, intendo. Ne erano appassionati mio padre e miei zii e a me era permesso di guardare gli episodi, purché ci fosse uno di loro a farmi compagnia. Ero una bambina con molta immaginazione e facilmente impressionabile: una zia riuscì a farmi venire incubi terribili per un paio di mesi solo dicendomi che lo Squalo era più lungo della stanza in cui dormivo. Era scontato che le cose bizzarre che accadevano ai personaggi avrebbero lasciato un segno. Cosa che effettivamente hanno fatto, tanto che ricordavo ancora parecchi di quegli episodi pur non avendoli più rivisti per decenni. Già, perché questa serie è entrata e uscita dalla mia vita lasciando poche tracce di sé. Ne avrò parlato forse due o tre volte, nel corso degli anni: “Ehi, ma ti ricordi quel telefilm…?” Non mi aveva mai sfiorata l’intenzione di recuperarla, finché nella mia testa non ha cominciato a farsi strada l’idea di questo blog. A quel punto, ho deciso di fare le cose per bene e guardare tutto, partendo dalla serie classica del 1959-1964. Ho quasi finito la Stagione 2. Ci metterò una vita per recuperare tutto e mi costerà un po', ma ne vale la pena.
Intanto, ho fatto di nuovo la sua conoscenza: Rod Serling.
In ritardo sul resto del mondo, come sempre.

lunedì 26 ottobre 2020

Il mio gatto mi mangerà gli occhi? E altre grandi domande sulla morte

 

Quando morirò il mio gatto mi mangerà gli occhi? Se prima di morire mangio un sacco di pop-corn crudi che cosa succede quando mi cremano? I gemelli siamesi muoiono sempre nello stesso momento? Se muoio facendo una smorfia mi resterà per sempre? È vero che sugli aerei c’è uno scomparto segreto per chi muore in volo? Posso far conservare il mio corpo nell’ambra come gli insetti di Jurassic Park? Ogni domanda sulla morte è un’ottima domanda.

Con Il mio gatto mi mangerà gli occhi? Caitlin Doughty risponde a tutti gli interrogativi possibili su cadaveri, sepolture e funerali e vi fa scoprire gli aspetti più bizzarri e inaspettati della grande livellatrice. Imparerete così che anche da morti potete fare cose molto utili come donare il sangue; che se vi viene un coccolone mentre cenate la vostra fetta di pizza ha ancora molta strada da fare e molte cose da raccontare; che la pellicola da cucina è essenziale per rendere presentabile un cadavere; che tutte le leggende metropolitane di morti a cui crescono i capelli o che si mettono a sedere nell’obitorio sono, appunto, leggende; che se volete diventare uno scheletro bello pulito dovete farvi seppellire in un terreno umido, argilloso e ricco di microrganismi, mentre se volete diventare una splendida mummia dovete scegliere un suolo arido.

Con Il mio gatto mi mangerà gli occhi? scoprirete soprattutto un modo diverso di pensare alla morte e comincerete a vederla come un evento del tutto naturale, di cui conoscere i processi chimici e con cui avere a che fare attraverso riti meno alienanti di quelli attualmente in uso nella nostra cultura; e su cui si può anche sorridere. E, no, quando sarete morti il vostro gatto non vi mangerà gli occhi. O, almeno, non subito.


"Cari futuri cadaveri - recita la quarta di copertina di questo libro - preparatevi al trapasso scoprendo le risposte a tutte le domande più bizzarre, macabre e spassose sulla morte."
In quanto futuro cadavere, ho trovato questo libro interessante e a tratti decisamente divertente. Si tratta di una raccolta delle domande più bizzarre che l'autrice, Caitlin Doughty - necrofora con un trascorso ventennale in un forno crematorio... come addetta alla cremazione, ovviamente - si è sentita rivolgere durante le sue conferenze "sulle meraviglie della morte" in giro per il mondo o che ha ricevuto sul suo canale su Youtube: Ask a mortician. A queste domande Caitlin Doughty ha dato risposte ironiche, divertenti, basate sulla sua esperienza e sulla scienza.

lunedì 7 settembre 2020

Frederik Pohl: La porta dell'Infinito

Gli uomini sono giunti su Venere e qui hanno scoperto i resti di un’altra razza molto più avanzata scientificamente, scomparsa da quasi mezzo milione di anni. Gli Heechee (così sono stati chiamati questi alieni misteriosamente svaniti) hanno tuttavia lasciato delle reliquie tecnologiche per lo più indecifrabili e un asteroide quasi completamente cavo e pieno di astronavi attraccate, ma pronte a partire alla volta di destinazioni sconosciute. Queste astronavi funzionano ancora, ma gli uomini non sono in grado di scoprire il segreto del loro funzionamento. L’unica cosa che sono in grado di fare è quella di partire, di lanciarsi in avventure spesso senza ritorno alla ricerca di mondi colonizzati dagli Heechee con la speranza di trovarvi manufatti di valore. Robinett Broadhead, uno degli esploratori istruiti per la guida di tali navi, deve partire: non può rimanere sull’asteroide “Gateway” perché il costo della permanenza è troppo alto per i suoi mezzi. La sua unica speranza di poter tornare un giorno sulla Terra è quella di scoprire un pianeta ricco e di tornare poi sano e salvo a “Gateway”. Ma le probabilità di successo sono minime...

Lo scorso fine settimana ho avuto la brillantissima idea di svuotare le librerie, pulirle da cima a fondo - sopra, sotto e dietro - e risistemare tutti i libri. Tutto con il caldo infame che c'è qui a Mordorcity. Ne ho approfittato non solo per fare ordine, ma anche per mettere sul comodino alcuni libri che non ho mai più riletto, nonostante si trovino nello scaffale in cui tengo quelli che mi sono piaciuti di più - appena sotto quello dei preferiti: quelli che rileggo almeno una volta ogni anno. Tra i ripescati c'era La porta dell'infinito.

lunedì 31 agosto 2020

Un lupo mannaro americano a Londra

Questo commento contiene spoiler.
Se non avete mai visto il film, recuperatelo ("Before Hollywood remakes it!"); e poi, se vi va, tornate a leggere e a fare quattro chiacchiere.


È da almeno sette anni che vivo con l'ansia che l'annunciato remake di Un lupo mannaro americano a Londra si faccia davvero. Ma, per fortuna, le ultime notizie che ho scovato in rete risalgono al 2018 e non sono buone. Questo significa che aumentano le chance di non dover sottotitolare questo post In loving memory of e che questo, che è uno dei miei film preferiti, non verrà smontato, digerito, assimilato ed espulso in forma di scoria remake.

Significa anche che posso smettere una volta per tutte (spero...) di incavolarmi immaginando un eventuale trailer improntato alla figaggine estetica della mutazione di David e un film con un licantropo con il muso di uno wookie che si è appena svegliato, il pelo cotonato e la camicia strappata sull'addome con la tartaruga; non-morti con squarci da cui penzola lo slimer rubato ai bambini di tutto il mondo; e automobili che non cappottano come le auto normali, ma eseguono flic flac e salti indietro raccolti e carpiati - il tutto al rallentatore, con qualche sprint improvviso e conseguenti scene di morte subitanea*.

Per festeggiare il (possibile, probabile) naufragio del remake, ieri mi sono goduta una serata Un lupo mannaro americano a Londra + merendine al cioccolato (tanto non potrò ingrassare per sempre, prima o poi raggiungerò il plateau) + chinotto + Baileys.

lunedì 24 agosto 2020

Celia S. Friedman

Quando mi chiedono "chi è la tua scrittrice preferita?" o quando penso "vorrei scrivere e costruire storie come..." mi viene in mente sempre lo stesso nome: Celia Friedman, autrice di una decina di romanzi, tra cui quelli della Trilogia del Sole Nero: opera fantasy-fantascientifica che rileggo spesso, a spizzichi e bocconi; creatrice di uno dei personaggi più affascinanti e inquietanti di cui abbia mai letto: una specie di vampiro - e io i vampiri li schifo abbastanza, in tutte le salse.

Fantasy e (soprattutto) Fantascienza, Celia Friedman le ha nel sangue fin dall’infanzia.
Quando aveva sei anni, un suo disegno – in cui rappresentava se stessa e i genitori come alieni – allarmò una insegnante e la scuola inviò da Nancy e Herbert Friedman un preoccupatissimo psicologo infantile, rispedito al mittente con la rassicurazione che la figlia aveva solo molta fantasia. L'unica caratteristica inumana della ragazzina era – per ammissione della stessa Friedman – l'essere un grandissimo tafano; il detto les baisers sont comme des bonbons qu’on mange parce qu’ils sont bons lei lo applicava ai romanzi: li divorava come caramelle, dopodiché si attaccava ai genitori finché non gliene compravano un altro. “Fate worse than death!”: parola di C.S. Friedman.

lunedì 17 agosto 2020

La Piccola Bottega degli Orrori (1986)

Per inaugurare la rediviva Piccola Bottega degli Orrori mi sembra giusto ripubblicare quello che fu il primo post (nel lontano settembre del 2013) della vecchia, e cioè il commento al film che mi diede lo spunto per il nome e le tematiche del blog.


Frank Oz si ispira all'omonimo musical di Alan Menken e Howard Ashman, a sua volta ispirato all'omonimo film di Roger Gorman, del 1960, e sforna una commedia musicale che tanti, ma tanti anni fa, alla prima visione, non ero riuscita a guardare fino alla fine: non mi piaceva il genere, "con tutte quelle canzoni".

Musical e film musicali non mi piacciono nemmeno adesso, tranne qualche sporadica eccezione. E non mi sarebbe venuto in mente di andare a ripescare proprio La piccola bottega degli orrori se qualche giorno fa, curiosando nei cestoni dei dvd in offerta al supermercato, non mi fosse capitato tra le mani il film di Gorman - che non conoscevo.
Tanto è bastato, però: mi sono procurata quello di Frank Oz e l'ho rivisto.
Questa volta non solo sono arrivata fino ai titoli di coda compresi, ma mi sono anche divertita. Capisco come mai, pur non avendo avuto chissà quale successo di pubblico, La piccola bottega degli orrori targata Oz sia diventato un cult.